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Buttò nel carrello alcuni snack evidentemente poco salutari, ammucchiandoli sopra al cibo surgelato senza la benché minima cura; non che cucinasse mai nulla all'infuori di quello ovviamente (sempre che si potesse definire "cucinare"). Controllò di non essersi dimenticato nulla e fece per dirigersi alla cassa quando si ricordò qualcosa e tornò indietro, addentrandosi nel reparto di abbigliamento. Dette una rapida occhiata ai costumi in vendita, optando infine per una maschera, bianca e dai semplici lineamenti. La prese in mano e la soppesò. Non troppo pesante, non troppo scomoda e soprattutto, non eccessivamente vistosa. Il suo obbiettivo non era attirare l'attenzione ma semplicemente riuscire ad entrare al party di Halloween che Paige avrebbe dato a casa sua fra due settimane. Era molto, molto carina ed era l'unico motivo per cui si sarebbe fatto vivo dato che non era un tipo da feste. Sapeva che non avrebbe spiccicato parola alcuna, meno che mai con lei, ma vederla beh… gli sarebbe piaciuto molto. Era fatto così, e non poteva farci niente.

Sospirò. Sarebbero state due lunghe settimane.

Quando uscì dal supermercato vide che incominciava a farsi buio, per cui affrettò il passo. Nonostante la busta della spesa fosse relativamente leggera, in quel momento gli parve un pesante fardello; aveva le mani livide dal freddo ed il gelo gli penetrava nelle membra affaticate come una lama appuntita. Mise la mano che era libera in tasca, cercando quel poco di calore che il giacchetto gli offriva. Casa sua non distava molto ma quando arrivò alla soglia si sentì stranamente sollevato. Girò la chiave nella serratura e, prima di chiudersi la porta alle spalle, si voltò; gli era sembrato di aver visto la sagoma di qualcuno. Scrollò le spalle. Era meglio rientrare. Si stava facendo buio, e con l'arrivo di quest'ultimo le temperature calavano drasticamente in Pennsylvania.



La pioggia cadeva incessantemente quella sera, milioni di minuscole gocce d’acqua che se ne andavano alla deriva, spostate dal vento ululante; le chiome degli alberi sibilavano tra di loro e venivano scosse con potenza tale che si poteva udire il loro lamento anche da lontano. Se ne stava seduto sul suo letto ad ascoltare la tempesta mentre disegnava nello spazio confortevole della sua camera, al sicuro da qualsiasi cosa accadesse all’esterno. Con la matita tracciava linee e forme perlopiù circolari, come in una sorta di loop infinito. Non aveva idea di cosa stesse facendo esattamente, ma era senza dubbio rilassante; di tanto in tanto dava un’occhiata alle notifiche sul telefonino ma dopo un po’ cominciò a stufarsi e si mise a bighellonare in giro per la stanza. Passò in rassegna i titoli dei libri che teneva sulla mensola, i ninnoli disposti sulla cassettiera e le cianfrusaglie varie che aveva accumulato nel corso degli anni. Forse avrebbe dovuto dare una pulita. Si avvicinò ai vetri e scostò leggermente le tende, lanciando uno sguardo fuori dalla finestra. Era talmente buio che sembrava di trovarsi all’interno delle fauci di un mostro, per cui era quasi impossibile riuscire a vedere in quelle condizioni; rimase così per qualche minuto, cercando ugualmente di osservare. Si mise in ascolto. Tutto a un tratto, il vento parve essersi calmato: non si udiva più alcun suono, né della pioggia né degli alberi. Il silenzio totale regnava adesso. Stava per staccarsi dalla finestra, quando notò qualcosa.

Gli parve di scorgere un’ombra fugace ma, quando riaprì gli occhi, era scomparsa. Attivò la torcia del cellulare e la puntò in quella direzione, ma non c’era niente. Probabilmente si era trattato di un’allucinazione, oppure di un’animale selvatico. Ce n’erano molti da quelle parti. Spense la luce e si diresse verso il suo letto, sbadigliando. Sì, era sicuramente quello.



Quella mattina passò come tante altre, e la scuola si rivelò monotona come al solito. Compiti da fare, verifiche e interrogazioni da affrontare, progetti di gruppo… tutte cose che odiava infinitamente, soprattutto i progetti di gruppo; finiva sempre per fare tutto il lavoro mentre gli altri se ne stavano in panciolle, non muovendo un dito. Era uno studente modello per cui beh, era facile intuire la frustrazione che ne derivava. Durante una delle sue lezioni si ritrovò a guardare fuori dalla finestra, nonostante il panorama non offrisse granché; la loro era una piccola cittadina contornata dai boschi e tutto ciò che si poteva vedere oltre agli edifici erano gli alberi, alti e imponenti. Strabuzzò gli occhi: in piedi, accanto a un palo della luce, c’era un uomo. O almeno, quello che assomigliava ad un uomo: estremamente alto e snello indossava un completo elegante fornito di cravatta e aveva la pelle pallida. Si accigliò. Forse, perfino troppo pallida; sembrava infatti non avere lineamenti definiti ed era come se non riuscisse a mettere bene a fuoco il volto, che presentava una leggera sfumatura verde. Quando sbatté le palpebre, era sparito.

Si passò una mano tra i capelli, spostando le ciocche color cenere. Forse era davvero troppo stressato, forse davvero passava troppo tempo rinchiuso in casa a studiare. Ma d'altronde, che avrebbe mai potuto fare? Non era esattamente un tipo solare, e sarebbe stata una perdita di tempo anche provarci. Per giunta, non poteva permettersi di andare male a scuola data la sua attuale situazione economica.

"Ortiz, è sicuro di sentirsi bene?"

La voce dell'insegnante di algebra lo riscosse improvvisamente dai suoi pensieri, e le offrì uno sguardo confuso.

"Sta sanguinando"

Avvertì una sensazione di bagnato, come se qualcosa gli colasse dal naso. Di conseguenza ci passò sopra una mano, ritrovandosela macchiata di cremisi. Bizzarro. Non aveva mai avuto problemi del genere prima d'ora; era sempre stato un ragazzino sano che raramente si ammalava (qualità che gli aveva risparmiato un discreto numero di assenze scolastiche). La campanella suonò e, tenendo un fazzoletto premuto contro le narici, raccolse alla svelta le sue cose e uscì dall'aula. Durante la pausa pranzo si sedette da solo (come al solito d'altronde) in un angolo, le cuffie in testa ed il vassoio davanti; questo conteneva pietanze di dubbia qualità come una cotoletta che sembrava un pezzo di cartone, patatine simili a spaghetti scotti e una salsa marroncina non meglio identificata. Tutti la chiamavano "la poltiglia", ma non era così male una volta abituati. Quantomeno non per lui, che preferiva per ragioni sconosciute cibi dal sapore acido e amaro. Sorrise lievemente. Un po' come lui in fondo. Inzuppò una patatina nella salsa. Troppo schizzinosi, troppo viziati. Probabilmente, non avevano mai conosciuto la vera fame.

Alzò gli occhi e vide Paige che parlava con le sue amiche in un angolo, riunite attorno al tavolo dei ragazzi e delle ragazze popolari. Era davvero incantevole, con un magnifico sorriso e dei bei capelli ondulati; le sue amiche non erano da meno anche se alcune avevano addosso una quantità tale di fondotinta da sembrare arancioni come una carota. Non capiva tutto questo loro bisogno di apparire dato che non avevano neppure un brutto aspetto senza trucco. Evitò di staccare il cavetto delle cuffie; le loro conversazioni sarebbero sicuramente state incentrare sul gossip, genere che a lui non interessava affatto. Tornò a casa nel pomeriggio e trovò sua madre che dormiva in salotto, distesa sul divano e con la televisione ancora accesa. Appoggiate per terra vi erano delle bottiglie di liquore, alcune piene e alcune quasi o completamente vuote. Procedette a salire su per le scale, richiudendo silenziosamente la porta di camera sua. Si mise alla scrivania, che costituiva il suo piccolo rifugio dalla cruda e nuda realtà; essa era stata appositamente posizionata davanti alla finestra permettendogli di fantasticare di terre lontane e universi alternativi ad una vita così monotona e grigia. Prese le cuffie, se le infilò in testa ed aprì il suo album per schizzi alla pagina in cui era rimasto. Impugnò la matita e cominciò a tracciare i contorni di un'illustrazione raffigurante uno scheletro, aggiungendo mano a mano i vari dettagli, la musica della sua playlist preferita che gli rimbombava a tutto volume nei timpani. Poi però, i suoni divennero sempre più acuti, fino a trasformarsi in un fastidioso statico che lo costrinse a togliersi l'apparecchio di colpo e a massaggiarsi le orecchie. Controllò le cuffie e provò ad ascoltare nuovamente la stessa canzone, ma tutto pareva a posto. Ipotizzò un problema momentaneo di contatto fra i fili. Stava per rimettersi a lavoro, quando lo vide di nuovo: se ne stava lì in piedi tra gli alberi, osservando inespressivo. Anche se non riusciva a vederlo bene in volto, capì che lui era l'oggetto della sua attenzione e, per quanto volesse chiudere immediatamente le tende, non riuscì a muovere un muscolo; era come bloccato. Era come se il suo corpo non gli appartenesse più. Dopo quella che parve un'infinità l'uomo misterioso scomparve ancora una volta, lasciandolo senza fiato.

Si accasciò per terra tossendo. Cosa diamine era successo?



Quella sera, turbato ancora dall'accaduto e incapace di chiudere occhio decise di fare qualche ricerca in rete che potesse spiegare i fatti. Inizialmente non trovò nulla che potesse corrispondere ma poi ebbe un'illuminazione, e digitò "uomo senza volto". Gli apparvero centinaia di risultati relativi ad un certo "Slenderman". Scrollò varie immagini e per poco non gli venne un colpo: era lui! La figura corrispondeva esattamente a quella che aveva visto perciò si mise a leggere alcuni siti al riguardo, restando sempre più perplesso e sconvolto. Quelle erano storie inventate, non fatti reali. Tossì e si toccò la fronte, sentendo improvvisamente caldo. Doveva essersi sicuramente beccato la febbre con quel tempaccio autunnale; forse era meglio riposare. Si sdraiò, il corpo rivolto verso il lato sinistro, e scivolò in un sonno profondo.



La mattina seguente si alzò di malumore; quella notte gli era capitato di risvegliarsi di colpo nel bel mezzo di un incubo a dir poco tremendo. Aveva ricordi frammentari del sogno, ma rammentava di trovarsi in una foresta molto, molto oscura, e di non riuscire a uscirne, sentendosi impotente di fronte al suo destino. Si stropicciò gli occhi. Troppo stress davvero. Procedette col prepararsi per la scuola con una notevole malavoglia e una volta terminati i preparativi scese al piano di sotto; avrebbe voluto salutare sua madre, ma se ne stava in salotto a guardare la televisione. Reggeva una bottiglia di birra in mano. Si limitò a mormorare un saluto. Aveva provata ad aiutarla in tutti modi, ma non c'era verso, neppure gli psicologi ci erano riusciti. Forse, se suo padre si fosse comportato onestamente nei suoi confronti, questo non sarebbe successo; non c'era mai per lavoro e raramente li vedeva. La guardò un'ultima volta prima di varcare la soglia, la mano posata sulla maniglia fredda. Sarebbe servito un miracolo per toglierla da quella situazione. E, a ben pensarci, pure a lui uno avrebbe fatto comodo; era stufo di vivere costantemente nel grigiore.

Le ore passarono velocemente quella mattina, o almeno così gli sembrò. Era abituato a disegnare durante le lezioni per poter tenere la concentrazione (ed era comunque straordinariamente bravo nelle varie discipline) ma, nonostante ciò, non lo avevano mai beccato. Quello però, non si rivelò essere il suo giorno fortunato. Mr. Landy gli strappò letteralmente da sotto il muso il quadernetto, seguito dall'ilarità generale della classe.

"Oscar caro, posso capire sfogare le proprie capacità artistiche, ma non il senso di questo"

Oscar sobbalzò. Poi, rivolse la sua attenzione verso la pagina che stava mostrando l'insegnante. Aveva disegnato una moltitudine di cerchi attraversati da una "x"; sembravano esser stati tracciati da qualcuno molto rabbioso poiché il tratto era talmente pesante da aver forato il foglio in alcuni punti. Non capiva come fosse possibile, e fece un'espressione confusa. Non si ricordava di averli fatti. Mr. Landy fu pietoso e si limitò ad assegnargli una ricerca in più per quella che chiamava "distrazione inutile".

Beh, sempre meglio che una nota disciplinare, no?



I giorni si susseguirono rapidamente, accorciando la data della festa, ma rivelandosi al contempo particolarmente pesanti da affrontare per Oscar. Riusciva a malapena a dormire e, quelle poche volte che ci riusciva, la sua mente si riempiva di visioni disturbanti di vermi, carne in putrefazione e occhi. Tanti, tantissimi occhi, che lo osservavano perennemente in maniera minacciosa. Talvolta invece gli capitava di vedere strane ombre con la coda dell'occhio agli angoli delle stanze, ma quando si girava non vi era mai nulla, per non parlare delle altre cose che vedeva. Una volta, mentre si specchiava davanti al lavandino, una mano putrida uscì dallo specchio. Credette si trattasse di una fase momentanea, ma fu solo l'inizio: bulbi oculari nelle pareti, bambini eterei ed altre terribili visioni allucinogene. Pensò che data la situazione familiare in cui si trovava non fosse una buona idea andare da uno specialista; le loro possibilità economiche erano oltremodo basse e non si sarebbe potuto permettere altre cure mediche. Faticavano già ad arrivare in fondo al mese.

Di dì in dì a situazione andava peggiorando, ma si ripeteva continuamente che poteva farcela co un po' di volontà, come una specie di mantra ossessivo. Avvertiva spesso giramenti di testa e nausea e faceva fatica a tenere la concentrazione su quello che faceva per più di due minuti.

"Mi scusi, posso andare in bagno?"

Tenendo una mano alla bocca si precipitò fuori di classe come un fulmine, diretto al bagno dei maschi e, una volta fatto il suo ingresso, vomitò. Il materiale organico sgorgava dalle sue labbra come un fiume verde e marrone, riversandosi sulle candide piastrelle. Ad un tratto, qualcos'altro venne furi dalla sua povera gola, un liquido rosso e vischioso: sangue. Un ragazzo entrò nel bagno e quando lo vide, si precipitò a chiamare i soccorsi. Venne fatto portare immediatamente in infermeria e poi, in seguito a un suo svenimento, all'ospedale.



Aprì gli occhi.

Nulla di quello che aveva intorno gli era familiare: il lettino, le pareti così bianche da far male, le tende color bottiglia… realizzò di trovarsi in una sala d'ospedale dopo almeno qualche minuto buono.

"Hmp.."

La testa gli dolorava e non ricordava perché e come fosse finito lì. Quando arrivò il dottore, un uomo sulla trentina con gli occhiali, gli spiegò di quanto quello che era accaduto a scuola fosse singolare, e gli fece molte domande riguardo la sua salute e il suo stile di vita. Gli chiese se avesse problemi particolari, ma Oscar disse di no. Non fece chiamare sua madre. Era maggiorenne e comunque non sarebbe venuta. Passò lì una notte in osservazione e venne rimesso il giorno dopo poiché le sue condizioni sembravano essersi stabilizzate, ma fu un errore. Capì ben presto che non era tutto concluso: tornato a casa, le pareti iniziarono a muoversi. Presero ad allargarsi e rimpicciolirsi, tanto che quasi non cadde dalle scale.



Continuò ad andare a scuola. Non voleva perdersi le lezioni; gli esami si sarebbero svolti l'anno a venire. In più, non c'era molta gente in classe sua disposta a passargli compiti e appunti. Essere il secchione della classe significava essere talmente bravo da non averne bisogno. Guardò la lavagna, piena di scritte. Non parevano forse vorticare anche loro? Sentiva la voce del professore lontana, un'eco disperso nell'aria. La penna agiva da sola, formando figure concentriche dallo sconosciuto significato. Si riprese, guardando inorridito il foglio, pieno della figura ripetuta dello stesso simbolo che ormai gli era entrato nella testa come una specie di virus, uno di quelli però da cui non puoi liberarti.

Col capo tra le nuvole, rifletté. A ben pensarci, tutto era cominciato da quando aveva visto per la priva volta il misterioso individuo. Che fosse… no, non era fattibile. Dare la colpa ad un personaggio magari immaginario? Quello rasentava la pazzia (anche se, negli ultimi tempi, credeva di essere veramente uscito fuori di testa).



Passò la notte a fare ricerche sul web, scoprendo cose che lo sconvolsero. Chiunque veniva seguito dall'essere, mostrava a quanto pareva una serie di sintomi relativi a una malattia chiamata "Slender sickness": vomito, nausea, allucinazioni, vertigini, paranoia, sviluppo di disturbi mentali e, in alcuni casi… suicidio. Deglutì. Come se non avesse già abbastanza problemi a cui dover far fronte. Si buttò sul letto e mise il cellulare sul comò, fissando il soffitto. Voleva una realtà diversa, ma non aveva mai chiesto per qualcosa del genere.

"Dio, perché?"

Non ottenne nessuna risposta ovviamente. Quel… coso, era tutto fuorché l'onnipotente. In quella situazione però, Dio non avrebbe potuto fare proprio niente. Guardò fuori. Là, tra gli alberi, l'uomo magro lo stava sicuramente tenendo d'occhio. Posò lo sguardo sul calendario appeso al muro.

Meno due giorni ad Halloween.



La sera del party, per quanto si sentisse stanco, si sforzò di darsi una sistemata. In fin dei conti, lo faceva per Paige; tutti sarebbero andati e non voleva fare la figura dell'emarginato socialmente. Le aveva preparato un ritratto su cui era stato ore ed ore a lavorare e le aveva scritto un piccolo biglietto, anche se non ci contava che potesse apprezzare. Lei era una popolare, una facoltosa ed abituata al meglio del meglio. Lui, invece, non era nessuno. Si infilò la maschera e se la aggiustò sul volto per poi calarsi sopra la testa il cappuccio della felpa. Si squadrò allo specchio: era completamente vestito di nero ma per quanto potesse essere una scelta banale, era al contempo un classico. Si era ispirato ad alcune figure di anarchici cinematografici ma mancava ancora qualcosa. Aggiunse un paio di guanti a mezze dita; sarebbero andati benone. Prese il suo zainetto (della stessa tinta) e se lo mise in spalla, contenente il suo album ed il regalo per Paige. Piano piano scese i gradini e si avviò all'uscita, ma venne interrotto dalla vista di sua madre addormentata ancora una volta sul divanetto. Sarebbe stato così semplice, pensò. Neppure se ne sarebbe accorta; un piccolo colpo alla testa e i suoi problemi sarebbero svaniti.

Solo. Un. Piccolo. Colpetto.

"NO!"

Per fortuna il suo urlò non la svegliò; aveva il sonno pesante. Se ne andò di corsa prima che un simile pensiero gli potesse riaffiorare in testa. Cosa diamine aveva pensato? Si dette un pizzicotto sul braccio. Doveva restare lucido; non si sarebbe fatto prendere dal nervoso. Per arrivare alla meta gli ci volle una mezz'oretta buona dato che Paige abitava al limitare del paese; ringraziò il cielo di essere uno svelto camminatore.



L'abitazione era molto grande e la musica si sprigionava da ogni angolosi; tutte le luci erano accese e la confusione era enorme. C'erano ragazzi e ragazze ovunque che si divertivano e mano a mano che si avvicinava riuscì a definire meglio i loro costumi tra principesse, cheerleaders e pirati; l'outfit più stravagante era indubbiamente quello da cavallo per il quale due ragazzi avevano optato. Si chiese come facessero a muoversi in quelle condizioni. Si avvicinò al tavolo dei regali e, tirato fuori il modesto pacchetto, lo impilò delicatamente sopra gli altri. Non era amico con nessuno degli invitati (per quanto li conoscesse di nome o vista) e per sentirsi ad agio cercò di sbocconcellare qualcosa al tavolo degli snack. Mentre si versava un bicchiere di cola, vide un flash bianco. Alzò lo sguardo, cercando tra gli alberi.

Lo vide.

Imprecò sottovoce e si allontanò dal tavolo dei salatini, andando quasi a sbattere contro un lupo mannaro.

"Ehi guarda dove vai idiota!"

"Scusa"

Un lupo piuttosto scontroso, per esattezza.

Girovagò senza meta tra gli invitati per un po', ansioso, la gola che gli si seccava. Ad un certo punto la folla si radunò, richiamata da una voce potente.

"Questa sera festeggiamo la meravigliosa, unica, stupenda Paige! Avanti, fatevi sentire ragazzi!"

Uno dei quarterback (presumibilmente Jonas) alzò una lattina di birra, schizzando liquido dorato da tutte le parti. Accanto a lui c'era Paige, bellissima in un abito da sera rosa pastello; indossava una mascherina con dei ghirigori e sorrideva: era la star della serata. Non solo era Halloween, ma era anche il suo compleanno. Partì uno scroscio di applausi e grida di eccitazione che lo travolse. Poi, arrivò la delusione.

Jonas la baciò, e lei non si ritrasse.

Fu come un colpo dritto al cuore. Si sentì come se stesse per crollare.

"Bene, seguitemi e movimentiamo un poco la festa: Halloween è nostra stanotte!"

Altre urla di eccitazione, mani e lattine sollevate in aria. Confusione. Oscar scrutò la marmaglia; incominciava a sentirsi agitato, ma non in senso buono. Sapeva che era lì prima ancora di poterlo vedere; il vento si era calmato. Non c'era più nemmeno un fil di brezza. Quando vide dove volevano spostare i festeggiamenti, si sentì ancora peggio, poiché si dirigevano verso la linea di alberi. Tentennò. Non poteva comunque lasciare la festa; qualcuno l'avrebbe notato e, anche se indossava una maschera, si conoscevano tutti e avrebbero saputo. Non poteva fare il codardo proprio adesso, non alla festa di Paige; ma ne valeva veramente la pena? Andargli dietro in quel caso sarebbe equivalso a una condanna a morte. Quasi tutti erano oramai svaniti tra la boscaglia, ed era rimasto solo. Fece uno sprint e si addentrò nel bosco, firmando più o meno inconsciamente la sua pena.

I rami gli graffiavano i vestiti e glieli strappavano, ma avanzò incurante. Doveva assolutamente raggiungere il resto del gruppo; ancora qualche minuto da solo e forse Lui l'avrebbe preso. Iniziava a sentire il fiatone e le gambe cominciavano a cedere.

"Merda"

Contro qualsiasi aspettativa ce la fece. Fortunatamente, nessuno notò la sua momentanea assenza. Si mise a sedere assieme al gruppetto di Paige; stavano facendo il gioco della bottiglia. Non gli dissero nulla, e rimase lì. Non voleva sapere in quali attività si stava cimentando il resto. Jonas fece girare una bottiglia di superalcolico, un sorrisetto divertito dipinto sul volto. Gongolava.

"E adesso, vediamo chi bacerà Paige!"

Secondo i suoi sospetti, aveva dato una spinta tale in modo che la bomboletta indicasse proprio se stesso. Non andò come previsto. Poiché Oscar gli s'era seduto accanto (era l'unico spazio libero rimasto), essa puntò invece nella sua direzione. Il brusio cessò e tutti si zittirono. Jonas lo guardò, e vide la furia nei suoi occhi. Era evidentemente infastidito, e non poco. Oscar rimase fermo al suo posto, non battendo ciglio; Paige stava per alzarsi ma il quarterback la fermò. Prese Oscar per il colletto, sollevandolo qualche centimetro da terra; era un nano in confronto a lui.

"Non ci pensare nemmeno brutto stronzetto, okay? Avvicinati a lei, e ti farò fare un bel viaggetto"

Oscar inghiottì la saliva, avvertendo uno strano brusio nelle orecchie.

"Oh no…"

"Come scusa? No? Credi di potermi battere per caso?"

Scatenare la sua furia era l'ultima cosa che avrebbe voluto fare. Venne lanciato a terra. Lo sportivo aveva perso il controllo. Paige ed altri tentarono inutilmente di calmarlo; c'era un motivo se nessuno se la prendeva mai con lui e la sua squadra. Si sentì in trappola. Nessuno lo avrebbe aiutato, avevano tutti troppa paura e persino la sua adorata Paige si tirò indietro. Non avrebbe rischiato.

Messo con le spalle al muro, fece per la prima volta nella sua vita qualcosa di potenzialmente pericoloso. Era come se qualcuno dentro alla sua testa lo stesse guidando. Jonas gli dette un calcio ma, sorprendentemente, avanzò trascinandosi a terra, incurante del dolore lancinante. Fu come se tutto si stesse muovendo a rallentatore, come se osservasse il corpo di qualcun altro agire. Due ragazzi del quarto anno stavano fumando. Riuscì ad alzarsi e una volta avvicinatosi prese loro l'accendino, freddo al tatto. Un altro calcio arrivò, seguito da un pugno, ma non avvertì nulla. Tutto stava divenendo sempre più gelido, così gelido. Prese la bottiglia; era ancora piena. Poi, la stappò, lanciando il contenuto su Jonas. Infine, prese l'accendino. Si avvicinò a lui e, insensibile alle urla generali, gli diede fuoco.

Fu come un grandioso falò.

Le fiamme si innalzarono potenti tanto quanto le sue grida di dolore.

Jonas si lanciò addosso ai presenti preso dal panico, causando un'isteria di massa; altri studenti andavano adesso a fuoco assieme alla natura circostante, tingendo di rossi e aranci il bosco, in volto una sola espressione: paura. Oscar si accasciò a terra. Chiuse gli occhi e attraverso i fori della maschera vide un flash bianco passargli davanti, contemplando al contempo un tremendo e bellissimo cielo di sangue.



Quando si risvegliò, fu come se avesse dormito per secoli, solo che erano passate un paio d'ore. Si guardò attorno e vide il bosco deturpato dall'incendio della sera prima. Ricordava parzialmente le cose. Poi lo sguardo andò a posarglisi sulle mani o quelle che, una volta, si sarebbero potute definire mani: tutte le dita erano quasi completamente carbonizzate e da due di queste spuntavano le falangi. Indietreggiò, andando a picchiare contro qualcosa di ingombrante ma quando si voltò, la vista non fu migliore. Erano i cadaveri carbonizzati di Paige e Jonas. Ce n'erano altri come loro, tutti sparsi sul terreno in orrifiche posizioni agonizzanti. Sollevò la sua maschera, provando a tastarsi il volto, e i suoi dubbi vennero confermati.

Era un cadavere ambulante.

Provò a dire qualcosa, ma non riusciva a parlare. Avrebbe dovuto essere in lacrime, ma nessuna di queste gli sgorgava dalle orbite, di cui una vuota; il suo occhio destro era completamente andato, discioltosi durante l'incendio come un uovo al tegamino. Si alzò e si scrollò di dosso la polvere (non che questo gesto potesse mai cambiare la sua condizione) e notò due fastidiosi strappi, uno sull'avambraccio e l'altro sulla gamba, che si era probabilmente procurato nel mentre strisciava per terra, ferito dai rami sul terreno e dai cespugli di piante a lui sconosciute. Rimediò due pezzi di stoffa dalla maglietta bianca di Jonas e li utilizzò come fasciature provvisorie, atte a rattoppare quei punti; gli sembrava un brutto gesto rubarli dall'abito del suo defunto amore. Zoppicante, si avviò verso quel che era rimasto intatto della vegetazione, il bosco che lo inghiottiva. Più avanzava, più avvertiva un senso di incoscienza verso il mondo che lo circondava, come se si stesse dimenticando chi era. Com'è che si chiamava? Era umano?



Cadde a terra in ginocchioni in una radura, ore dopo essersi perso nell'immensità della foresta. Prese una penna dallo zainetto e con essa intagliò un cerchio con una "x" che lo attraversava proprio sulla fronte della maschera, incrostata di cenere e sangue rappreso, rovinata come lui per sempre. Tremò, e lo vide: l'uomo alto lo aveva accolto ora, portandolo via dalla sua vita. Non era forse quello che aveva desiderato, in un certo senso? Aveva ottenuto quel che voleva, ma a costo della sua umanità, ora tramutatosi in una mera marionetta necrotica.

La polizia indagò sugli eventi inspiegabili accaduti quella notte e, anche provando a interrogare i sopravvissuti, non ottennero risposta alcuna da quanto questi ultimi erano rimasti traumatizzati. Lo catalogarono come "incidente", una bravata finita male.

Nessuno seppe mai cos'era davvero successo quella notte di Halloween.

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